Cagliari. Ricerca sull’indigenza di “Sardegna solidale”: le trappole della povertà nella nostra Isola

Se si vuol vincere la lotta alla povertà l’unica ricetta sicura è formata da tre ingredienti: lavoro, salute e abitazione. È la terapia indicata dagli stessi poveri durante la presentazione della ricerca sull’indigenza, promossa da “Sardegna solidale”, realizzata dalla Fondazione Zancan, presentata lo scorso 10 novembre nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. La Sardegna non si può certo considerare scarsamente attenta al problema. Con i suoi 306 euro pro capite quella sarda è la regione più attiva sulle politiche sociali, rispetto all’Italia che ne investe appena 36. Ma ciò non basta, perché, come ha detto Tiziano Vecchiato, direttore del Centro studi e ricerca sociale Fondazione Emanuela Zancan Onlus di Padova, “Le persone vengono aiutate senza incontrarle (politiche passive) e spesso, come accade a livello nazionale: negli ultimi quindici anni si sono investiti 18 miliardi di euro che non si è riusciti neppure a spendere”. Le 55 famiglie intervistate hanno posto al primo posto il lavoro (95%), l’abitazione (60%), la salute, (58%) le famiglie (36%), e la giustizia (9%). Contrasto sì, ma accompagnato da eradicazione delle cause, partendo dalla prevenzione. Don Marco Lai, delegato Caritas della Sardegna, sottolinea l’aspetto più stridente nell’isola: “Si investe tanto sulla povertà, ma i poveri sono in continuo aumento. Facciamo fatica a fare progettualità di insieme, ogni soggetto che in qualche modo lavora al contrasto alla povertà opera disgiunto. Esistono potenzialità strumentali, ultima in ordine di tempo il SIA (Sostegno di Inclusione Attiva), quanti ne conoscono l’applicazione, quanti comuni lo hanno promosso, pochi o nessuno, non c’è informazione e se uniamo altri strumenti come il Micro Credito regionale ed il Prestito della Speranza che si muovono in ordine sparso, le risorse sono ingenti ma il risultato finale non incide più di tanto sulla sconfitta della povertà. Allora forse bisogna fare sistema con tutti gli erogatori di aiuti”. Molto più amare le considerazioni conclusive di mons. Angelo Pittau. “Io credo che la povertà sia funzionale – ha detto il direttore Caritas della diocesi di Ales-Terralba – ai nostri politici, a chi ci governa, forse funzionale anche alla Chiesa. Oramai sono 50 anni in mezzo alla povertà. Ricordo negli anni 65, ero vice parroco a Tuili, in Marmilla, zona poverissima, vi era un solo padrone, gli altri erano poveri, ma tutti mangiavano, tutti avevano una casetta, tutti avevano dignità, tutti avevano cultura. Qui si è fatta la distinzione fra povertà e miseria, quella povertà era dignità, si lavavano la gonna sabato notte, poi se la rimettevano per venire a messa la domenica, come veniva il ricco veniva il povero. Poi i poveri del sud si trasferirono al nord, vivendo in sottotetti, al freddo, con un solo bagno sui balconi, ma affrontarono i disagi con dignità. A un certo punto questa politica ha spogliato di dignità i poveri con la creazione dell’assistenzialismo”. Pioniere della lotta alla povertà è stato mons. Antonio Tedde: nel 1950 fondava le cooperative di pastori e di agricoltori ed i poveri trovavano in esse lavoro e dignità. “Oggi – ha aggiunto mons. Pittau – ci sono cooperative che si dichiarano di sinistra, con centinaia di ettari di terra, pochi soci, e vivono di contributi, perché dicono di esser poveri. È funzionale la povertà a questi politici che ci rendono poveri. Le scelte politiche verso i poveri, spesso utili al consenso, hanno creato più povertà, emarginazione, ghetti, e devianze, come per esempio la scelta di dare una casa è stato un fallimento, perché concentrati in palazzotti anonimi nelle periferie, spesso senza servizi, concorrendo alla distruzione di numerose famiglie. Bisogna ricreare comunità e metter i poveri in condizioni di recuperare la propria dignità”.

Tarcisio Agus

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