Approfondimenti. Proseguono le riflessioni sulle opere e sul ministero del Vescovo di Ippona

Padre Agostino Trapè cominciò negli anni Ottanta lo straordinario lavoro di curare per la versione critica in italiano di tutte le opere di Sant’Agostino. Il lavoro è stato portato avanti dopo la sua morte e portato a termine non molto tempo fa. Oltre a una bibliografia completa e perciò vastissima, ogni opera viene introdotta da una splendida introduzione, un vero studio che spazia dall’aspetto storico a quello letterario, patristico, teologico, dogmatico, pastorale e filosofico, frutto congiunto di più studiosi e specialisti. “Città Nuova” che edita Agostino, da qualche anno ha posto a disposizione gratuitamente su Internet l’edizione completa di questi volumi. Quando Aurelio Agostino tornò in Africa, cominciò a Ippona la sua predicazione, da presbitero, ricevendo l’incarico, volta per volta dall’anziano vescovo Valerio, avanzato negli anni e stanco. Da tenere presente che le omelie e la predicazione erano in quel tempo riservate esclusivamente al vescovo. Siamo attorno all’anno 396. Agostino non tralascia nessuna occasione per parlare al popolo e pur non ponendo da parte i profitti dei corsi e dei suoi studi di retorica nelle varie scuole dell’Impero, da Cartagine a Roma, Milano, Ippona, ma portando pure dentro di sé l’esperienza del vuoto totale ereditato da queste fabbriche di suoni articolati alla perfezione quanto vuoti e banali, volge lo sguardo alla realtà umana e sociale del suo popolo, anch’esso stanco e annoiato, che affollava circhi, teatri e terme in cerca di diversivi che dessero qualche sensazione di vita. Una società in forte declino, diremmo oggi, agitata e spaurita dagli scossoni apportati alle strutture dell’impero dai sommovimenti delle popolazioni barbariche delle sue periferie. Si era affermata la cultura del non c’è nulla che vada bene e tutto va allo sfascio, e, paradossalmente, la maggioranza e molta parte di cultura del tempo tentava un bluff con la storia. Tutti, diceva Agostino, appaiono disperati e brontolano che le cose non possono andare peggio di così, ma guardate bene quanta gente affolla il circo, i teatri, le terme, e i divertimenti più pazzi… Si potrebbe tentare qualche analogia… “o miei fratelli, alcuni mormorano contro Dio, lamentandosi dei nostri tempi, li dicono duri, tristi, ma nondimeno vengono allestiti gli spettacoli. E più duri dei tempi sono coloro che la durezza dei tempi non vale a correggere” (disc. 346°, 7). Le campagne popolose e floride del Nord Africa andavano spopolandosi sotto le minacce di popolazioni nuove e di pericolose bande di malviventi detti circoncellioni, una frangia di eretici estremisti e scalmanati che seminavano il terrore e sangue nelle campagne. La gente scappa nelle città che si sovraffollano. Roma appariva lontana, pur conservando il suo grande fascino. Agostino conosceva molto bene la situazione e ha a che fare con gente che viveva questi drammi, gente smaliziata e spesso indolente, sensibilissima a ogni stimolo, che durante l’ascolto delle omelie manifestava con gesti le reazioni alle provocazioni suscitate dalla parola: disapprovavano, annuivano, emettevano gemiti e sospiri, applaudivano e si battevano il petto, ma sempre attentissimi nell’ascolto, e ben disposti allo stupore e all’indignazione. È stato possibile conoscere tutto ciò dall’attenzione scrupolosa degli stenografi che annotavano ogni cosa nei particolari. Aspetto fondamentale nelle omelie di Agostino è l’uso che fa della Sacra Scrittura di cui appare da subito un inarrivabile conoscitore e maestro. Sono certo che andremo a vuoto se facessimo lo sforzo di definire per fasce, in questi discorsi, l’aspetto biblico, pastorale, teologico ecc.: perderemmo la cosa più bella senza accorgercene il prodigio compiuta da Dio in quell’angolo della storia umana, in quell’angolo della periferia dell’Impero, in un uomo, Aurelio Agostino, afferrato dalla voglia di Dio di fare storia con l’uomo. Un uomo per mezzo del quale la Parola di Dio estende le sue propaggini fino ai nostri tempi con una attualità sconcertante. Non si può preferire uno studio arido alla possibilità di farci raggiungere dal Verbo e dalla sua attività salvante, presente nei discorsi di Sant’Agostino e lasciarci coinvolgere da quell’unico e irripetibile evento storico che da duemila anni continua a travolgere la storia umana: la Pasqua.

Don Mario Ecca

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