Dopo sessant’anni ritorna in Sardegna la Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

Dobbiamo credere e operare per l’occupazione

Siamo prossimi alla celebrazione a Cagliari della 48° Settimana Sociale dei Cattolici italiani, da giovedì 26 a domenica 29 ottobre. In questi mesi anche in Sardegna ci siamo preparati all’evento con un cammino di riflessione e di studio che ha coinvolto tutte le diocesi sarde. Il tema della settimana sociale è “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipato, solidale”.
Noi purtroppo siamo una terra dove il lavoro non c’è. Ce lo hanno rubato pian piano in questi ultimi cinquanta anni, gli anni della Rinascita, della industrializzazione a Cagliari, Ottana, Porto Torres e le altre zone industriali. Chimica, tessile, meccanica: hanno aperto e hanno chiuso. Siamo diventati la capitale della cassa integrazione, della “difesa dell’esistente” questa era lo slogan cavalcato dai nostri sindacati, dalle manifestazioni degli operai. Tavoli di concertazione isolani, nazionali ci hanno portato lentamente a rassegnarci.
Disperati difendiamo le fabbriche di bombe, la presenza delle basi militari (danno lavoro), quasi gioiamo per la promessa di apertura di fabbriche inquinanti, economicamente perdenti. Cresce la disoccupazione, i migliori giovani emigrano: la disoccupazione giovanile è al 54% (in alcuni territorio al 75%), la disoccupazione degli adulti è al 24%. Si corre ai ripari con il REIS, l’assistenzialismo, l’elemosina. Non si ha più speranza. Molti giovani non studiano, “tanto non serve”. Non si osa, “tanto non serve”. Ci hanno rubato la coscienza del lavoro, la nostra dignità, i nostri valori, la nostra umanità. Ben venga questa “Settimana dei cattolici italiani” che ha messo al centro “il lavoro”. La Sardegna ha bisogno prima di ogni “piano”, di ogni investimento, di ogni rivendicazione, di ogni piagnisteo, ha bisogno di credere nuovamente al lavoro. Quel lavoro che dà dignità alla persona, che è costitutivo dell’”uomo”, l’uomo faber.
La Settimana sociale ha scelto come tema il lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale”. Certamente è questo che noi non abbiamo e che vorremmo, ma per arrivare a questo bisogna che la società sarda si converta prima di tutto “al lavoro”, senza aggettivi. Oggi troppi, singoli e gruppi sociali, cercano gli aggettivi per nascondere la voglia di non lavorare, di non faticare, di non mettersi in gioco. Certo non è per tutti così, ma purtroppo quella che si vede nella nostra isola è una realtà drammatica, e forse i responsabili sono anche tra noi.

Articolo intero su Nuovo Cammino n. 17, pagg. 1- 17.

Don Angelo Pittau