Breve riflessione di un giovane confessore

L’anno giubilare della Misericordia si è concluso. Ma con esso non è concluso il tempo della Misericordia, dono di Dio che si presenta ogni giorno nella nostra vita di cristiani. Opera di grazia e di amore che giunge a noi nel sacramento della riconciliazione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica pone diversi appellativi a questo sacramento, in particolare quello di Conversione “poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allontanati con il peccato”. Oggi da giovane prete, ho sperimentato in questi mesi le difficoltà di tanti giovani e anche adulti di accostarsi al sacramento della riconciliazione. I giovani non si confessano più, uno dei motivi principali è sicuramente da ricercarsi nella diffusione della perdita del senso del peccato. Molte persone non mettono più Dio al centro della loro vita. Anche coloro che si accostano spesso al sacramento della riconciliazione hanno difficoltà a riconoscere i peccati commessi. Il problema oltre alla perdita del senso del peccato, credo sia in una non adeguata catechesi sul sacramento della riconciliazione, spesso relegata solo ai bambini. Una catechesi “infantile” che rimane anche per gli adulti, che andrebbero aiutati a riconoscere il peccato non come mancata osservanza di uno o più comandamenti, ma come il venir meno della propria bellezza. Il peccato non è contravvenire ad una legge ecclesiale o divina, ma esperienza di imbruttimento: dove la nostra bellezza originaria viene meno. Dopo quest’anno giubilare della Misericordia dobbiamo come comunità parrocchiali, e in particolare come ministri e confessori, aiutare e accompagnare i fedeli a prepararsi al meglio all’appuntamento con una misericordia senza fine, dove ci viene offerto il volto di un Dio che conosce la fragilità della condizione umana, e ad essa si fa vicino con tenerissimo amore di Padre. Essere strumenti della Misericordia non significa esserne possessori, ma strumenti della Misericordia di Dio: capaci quindi di ascoltare come padre, medico, dottore e giudice.

Don Emmanuele Deidda

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