Vocabolario dello Spirito. Il Vescovo ripercorre il significato di alcune “parole” della vita spirituale

In questo mese di giugno, il calendario liturgico ci ha fatto vivere e celebrare come comunità cristiana tre domeniche che hanno riportato l’attenzione della nostra meditazione su realtà fondanti della nostra vita cristiana, sebbene ogni domenica in sé stessa ci riporti alla morte e resurrezione di Gesù, centro della liturgia. All’inizio del mese abbiamo celebrato la Pentecoste, rivolgendo il nostro sguardo allo Spirito Santo, che con la Sua Potenza, forza, luce, inonda la nostra vita, la guida e la sostiene. Domenica scorsa ci siamo concentrati sul ministero centrale della nostra fede: la SS. Trinità: il Padre, il Figlio, lo Spirito santo, fondamento della nostra fede cristiana. Oggi la liturgia ci invita a concentrare la nostra celebrazione, meditazione e venerazione sul mistero del Corpo e Sangue del Signore: la festa che conosciamo come Corpus Domini. I cristiani hanno sentito la necessità di sottolineare quanto vivono ogni domenica celebrando il Santo Sacrificio del Signore, il memoriale della Sua Pasqua.
Attraverso la celebrazione del Corpus Domini non solo si celebra l’Eucaristia e si partecipa a questo sacramento “mirabile”, ma anche la si venera, e attraverso la solenne processione del Corpus Domini, le si dà un significato visibile e sociale: Dio è in mezzo a noi, cammina con noi, anzi ci guida e ci precede nel cammino della storia di ciascuno e della Chiesa intera. Prendo spunto di meditazione su questo Mistero dalla realtà che vedo di frequente durante la celebrazione della Eucaristia nelle parrocchie della diocesi.
Trovo un po’ di tutto: comunità attente e partecipi, comunità distratte e lontane, comunità indaffarate nel fare molte cose durante la celebrazione, ma con il rischio di perdere l’essenziale: l’incontro con il Signore. Le cause sono tante e molteplici sono le responsabilità. Forse dobbiamo interrogarci anche noi sacerdoti: come aiutiamo la gente a vivere questo momento? Come far percepire che l’Eucaristia domenicale è una festa e non un obbligo? Come aiutare per farla vivere e partecipare in profondità, non tanto aggiungendo cose ma facendo capire la bellezza di quello che già si fa? Sono domande che dobbiamo porci e a cui ciascuno deve dare risposta anche in relazione al ministero che ha ricevuto nella Chiesa. Durante le celebrazioni vedo tante persone che fanno la comunione, che si avvicinano a ricevere il pane eucaristico. Ma non è infrequente notare gente distratta, poco raccolta, che non sa cosa sta facendo, Chi sta ricevendo e come bisogna farlo.
Anche la gestualità nella liturgia ha la sua importanza: seduti, in piedi, in ginocchio, le mani alzate, etc.. dicono con il nostro corpo quello che sta nel nostro cuore. Infatti preghiamo anche con il corpo e non solo con la bocca o con la mente. Dobbiamo ri-abituarci a vivere lo spazio di tempo dopo aver ricevuto l’Eucaristia, come tempo di preghiera. E certo sarebbe auspicabile ridare importanza al silenzio senza doverlo riempire a tutti i costi con i canti. Queste osservazioni non vogliono essere un giudizio sulle persone, ma piuttosto una constatazione che ci interroga tutti: pastori e fedeli e ci vuole invitare a camminare verso una maggiore maturità nella vita di fede. Da questa riflessione nasce il bisogno di ritornare a riflettere seriamente cosa facciamo durante la Celebrazione eucaristica, come dobbiamo vivere questa liturgia, come accostarci al Sacramento Eucaristico e riceverlo e a che cosa ci chiama, ci invita l’eucaristia: a vivere, usciti dalla chiesa, come uomini e donne eucaristici.

Ci aiuta in questa riflessione ritornare ai nomi con in quali viene indicato il mistero del Corpo e Sangue del Signore. Lo si chiama Eucaristia “perché è rendimento di grazie a Dio”. I termini usati ricordano le benedizioni ebraiche che – soprattutto durante il pasto – proclamano le opere di Dio: la creazione, la redenzione e la santificazione. Siamo dunque prima di tutto chiamati a ringraziare il Signore per questo dono. Gesù è presente nel pane e nel vino consacrati e venendo in noi entra in modo singolare nella nostra vita, anzi che siamo noi che entriamo nella sua vita, ci lasciamo trasformare in Lui.
Altro nome è la Cena del Signore, perché si tratta della cena che il Signore ha consumato con i suoi discepoli la vigilia della sua passione e dell’anticipazione della cena delle nozze dell’Agnello nella Gerusalemme celeste. Questo nome ci fa ritornare all’ultima Cena del Signore con i discepoli. Al Giovedì santo, dove Gesù accetta di dare sé stesso. Si tratta di un momento di amicizia fra Gesù e i suoi (che siamo noi oggi…). Memoriale della passione e della risurrezione del Signore: santo sacrificio, perché attualizza l’unico sacrificio di Cristo Salvatore e comprende anche l’offerta della Chiesa; o ancora santo sacrificio della Messa, «sacrificio di lode» (Eb 13,15), sacrificio spirituale, sacrificio puro e santo, poiché porta a compimento e supera tutti i sacrifici dell’Antica Alleanza.
La Frazione del pane, perché questo rito, tipico della cena ebraica, è stato utilizzato da Gesù quando benediceva e distribuiva il pane come capo della mensa, soprattutto durante l’ultima Cena. Da questo gesto i discepoli lo riconosceranno dopo la sua risurrezione (Emmaus, i discepoli lungo la riva) e con tale espressione i primi cristiani designeranno le loro assemblee eucaristiche. In tal modo intendono significare che tutti coloro che mangiano dell’unico pane spezzato, Cristo, entrano in comunione con lui e formano in lui un solo corpo.
La Comunione, un nome che usiamo spesso: vado a far la comunione. Mediante questo sacramento ci uniamo a Cristo, il quale ci rende partecipi del suo Corpo e del suo Sangue per formare un solo corpo. Viene inoltre chiamato le cose sante – è il significato originale dell’espressione «comunione dei santi» di cui parla il Simbolo degli Apostoli –, pane degli angeli, pane del cielo, farmaco d’immortalità, viatico…
La Santa Messa, anche questa è una espressione molto comune presso i nostri cristiani Ci ricorda che la liturgia, nella quale si è compiuto il mistero della salvezza, si conclude con l’invio dei fedeli («missio») affinché compiano la volontà di Dio nella loro vita quotidiana. Tutti questi nomi che diamo al sacramento del Corpo e Sangue del Signore ci fanno capire la ricchezza del suo dono. La celebrazione di oggi, il Corpus Domini, è scandita da due momenti: La celebrazione e memoria della Cena del Signore e la processione per le strade dei nostri paesi e città.
Questi due momenti ci dicono la realtà profonda di quello che viviamo: fare in comunità eucaristia, accogliere questo dono e riconoscere che il Signore si affida a noi (alle nostre mani e piedi, al nostro cuore e mente) perché lo facciamo conoscere e amare dai nostri fratelli. Vogliamo dire con forza che il Signore c’è per tutti: per chi lo riconosce e lo venera, ma anche per gli altri che forse non lo conoscono o sono indifferenti o non lo conoscono bene per causa nostra. Oggi lo facciamo camminare nelle strade in modo solenne, ma poi sappiamo il Signore vuole entrare in modo modesto, semplice, umile, attraverso la nostra parola, la nostra azione, la nostra carità. Questo è il modo di unire “processione solenne e cammino quotidiano” di Cristo per la nostra vita quotidiana.

+ Roberto Carboni, vescovo