Intervista a Maria Stella Leone, presidente della Federazione Movimento per la Vita-CAV

Il tasso di fecondità delle donne sarde risente di trent’anni della Legge 194/78 e della cultura del “figlio unico” e del calo della fertilità di coppia

La Sardegna vanta un singolare primato: è la regione italiana dove si registra la più alta percentuale di donne che ricorrono all’interruzione volontaria della gravidanza dopo 12 settimane di gestazione. C’è una spiegazione? Le donne sarde, a mio parere, temono molto di avere un figlio malato, a volte oltre ciò che la razionalità e i dati scientifici suggeriscono. Probabilmente è l’effetto della carenza, da parte di noi medici, di una comunicazione ben eseguita dal punto di vista emotivo. Inoltre, le IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) eseguite oltre la 12ma settimana possono originare dal timore di alcune morbosità peculiari, come la talassemia: non la accettiamo culturalmente, nonostante che i talassemici abbiano una prospettiva di vita sempre più lunga e che la medicina stia cercando di trovarne la cura. Per vari motivi si abortiscono volontariamente più del 90 per cento dei feti con tale diagnosi. Ci sono anche altre cause di questa ritardata IVG? In Sardegna abbiamo frequenti riscontri di famiglie in condizioni economico-sociali disagiate. Ciò condiziona le donne di queste famiglie, orientandole verso la sfiducia nell’accogliere il figlio, anche se sano, a maggior ragione quando malato. Altre cause ancora? Ho notato anche che troppo spesso accade ancora che la donna, giovane o no, non conosce i ritmi del proprio ciclo ovulatorio. Nel mio lavoro incontro spesso donne che non reputano importante ricordare la data dell’ultima mestruazione, o che interpretano erroneamente il potere anovulatorio dell’allattamento, o che si ritengono in premenopausa e invece sono in stato interessante: questo si collega al fenomeno, spesso sconcertante, degli aborti volontari oltre la dodicesima settimana, motivati con il discorso della tardiva consapevolezza dello stato di gravidanza. Anche in Sardegna il numero degli aborti è calato: 1930 nel 2014 contro 2079 del 2013, una diminuzione del 7,2%. Un buon segno, dunque. Rimango scettica sul fatto che il calo delle IVG corrisponda a un reale calo delle gravidanze indesiderate o dei comportamenti “a rischio”: il notevole uso di pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo (ogni anno vengono vendute 365.000 confezioni, dati forniti da HRA Pharma) ha certamente determinato effetti con un calo degli aborti volontari. Allora come stanno le cose? Calano le IVG, intendendo gli interventi di aborto volontario ospedaliero, ma si rende non calcolabile il numero di donne che hanno realmente concepito; non valutabile (tra quelle che hanno concepito) il numero delle gravidanze non proseguite; non chiaro il numero di quelle che nonostante l’uso di tali molecole ha mantenuto una condizione di gravidanza. Con levonorgestrel e ulipristal acetato (farmaci usati a scopo contraccettivo, ndr) si è ottenuto il caos sui dati e sulle informazioni alle donne. Un esempio simile per brevità: anche la spirale è “tornata di moda”, vari opuscoli la definiscono “contraccettivo” ma è notorio l’effetto endometriale postconcepimento, abortivo precoce, e intanto alle donne si dà un’errata informazione perché tanto tutti si adeguano. Questo ovviamente non va bene. È questo lo scandalo del mondo scientifico attuale, che perfino la scienza si piega alle necessità delle vendite, perdendo la connotazione di scienza e diventando “credenza popolare nel calo delle IVG”, così ci sentiamo tutti più buoni e civilizzati! Ma i dati degli interventi ospedalieri non sono più sufficienti a darci i dati reali, poiché abbiamo dei mezzi farmacologici confondenti. Tasso di fecondità delle donne sarde è di sei punti inferiore a quello medio nazionale (31,6% contro 37,5%). C’è una spiegazione? Il tasso di fecondità delle donne sarde risente di trent’anni di Legge 194/78 e della cultura del figlio unico. (Nelle scuole tale fenomeno è evidente, le maestre hanno in classe più figli unici che fratrie). D’altronde, stiamo assistendo a un notevole calo della fertilità di coppia, per cui non sempre i concepimenti diminuiscono “per scelta”. I Centri di aiuto alla vita combattono battaglie forse perse in partenza: aborto, eutanasia, pillole del giorno dopo, volontà di staccare la spina di fronte al dolore? Vale sempre la pena di remare a favore della vita! Nel nostro centro di aiuto alla vita, che si chiama “Uno di noi” e si trova a Cagliari, le donne che si presentano e che dopo realistica riflessione possono accogliere o meno il progetto per proseguire la gravidanza sono spesso ultra trentenni: alcune di loro sanno già che preferiscono affrontare insieme a noi un percorso faticoso, che però le porta ad essere madri, piuttosto che dover riaffrontare lutto e frustrazione con un aborto, che hanno già praticato e dal quale non hanno, nella migliore delle ipotesi, tratto alcun giovamento. Le nostre attuali 48 donne (incontrate nel 2016) hanno “guadagnato” un progetto di aiuto personalizzato e l’amore incondizionato del loro figlio. Il primo guadagno (ossia il progetto) vale in media tremila euro a donna, investiti con la fatica dei volontari per valorizzare i punti di forza della donna, ma per il secondo lascio a voi giudicare se ha un valore quantificabile.

Simone Mariani

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