I vescovi mons. Roberto Carboni e mons. Gualtiero Sigismondi commentano i lavori del Convegno regionale del clero sardo

Ai lavori del Convegno regionale del clero hanno partecipato anche i vescovi sardi. Al nostro Vescovo mons. Roberto Carboni abbiamo chiesto il senso e l’importanza della manifestazione. “Questo convegno – dice il presule – arriva dopo 22 anni dall’ultimo. In questo tempo c’è stato un cambio antropologico profondo rispetto al profilo del presbitero in Sardegna e, naturalmente, sono cambiate le comunità, è cambiata la percezione della fede e anche il modo di fare evangelizzazione. Quindi era necessario almeno ritrovarsi, incontrarsi, condividere e parlare di problematiche e anche magari tracciare qualche piccolo cammino per crescere e riprendere l’attività ministeriale con maggiore entusiasmo e qualche obiettivo un po’ più chiaro” Il relatore del Convegno, mons. Gualtiero Sigismondi, ha messo in evidenza vizi e virtù dell’essere sacerdote oggi. Tra le cose dette, quale è la più rilevante? “Fa parte da sempre della vocazione presbiterale la necessità di una relazione profonda, forte e fondante con il Signore Gesù che poi si articola nella vita di preghiera e di contatto con la Parola di Dio. È una cosa antica e una nuova al tempo stesso, perché oggi siamo bombardati da tante sollecitazioni anche nella pastorale. È allora necessario ritrovare i tempi per curare il nostro cammino, la nostra vocazione e il nostro incontro con Dio per poter poi aiutare i percorsi vocazionali degli altri”. Mons. Sigismondi ha evidenziato i pericoli del tempo dedicato ai newsmedia. Da psicologo, può dire i rischi per un prete troppo internauta? “Non bisogna avere paura dei nuovi media, perché fanno parte del nostro orizzonte di oggi. Come sempre si tratta di avere equilibrio e maturità nella relazione. Quindi certamente si può annunciare il Vangelo da questi nuovi pulpiti, però ci vogliono spazi anche di silenzio da questi new media. Bisogna riflettere sul modo di costruire la relazione con questi media per non essere assorbiti dal mezzo e non essere manipolati, ma al tempo stesso viverli come una presenza fruttuosa e non devastante”.

M.G.

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