Orosei.Le relazioni che hanno guidato la riflessione e il confronto dei presbiteri sardi

Sono stati tre giorni decisamente intensi quelli vissuti dai preti nel Convegno regionale del clero sardo. L’evento rivestiva carattere di eccezionalità, se si pensa che l’ultimo meeting del clero risale a ventidue anni fa. Era il lontano 1994. Stessa località, stesso periodo autunnale, ma certo il quadro complessivo della Chiesa e della società è profondamente cambiato. La società ha attraversato un periodo di decisa secolarizzazione. La Chiesa si trova a fare i conti con una riduzione numerica dei sacerdoti, e quindi deve ripensare le strutture pastorali con un impiego diverso dei suoi operatori pastorali. Ciò che risponderebbe, del resto, ad una sana ecclesiologia insegnata dal Concilio oggi deve essere attuata per costrizione data dagli eventi: mobilitazione dei laici, quindi diverso rapporto tra preti e popolo di Dio, impostazione più comunionale della pastorale. A queste emergenze devono rispondere i responsabili della guida pastorale della Chiesa oggi. Ma la risposta non può essere solo di emergenza. Il Convegno intendeva andare alla radice della vocazione sacerdotale, per ritrovarne motivazioni, motivi ispiratori e indirizzi. Per ripensare il futuro coerentemente con la missione di sempre affidata alla Chiesa: evangelizzare questo nostro tempo, essere profezia del Regno, essere Chiesa con la gente, condividendone le fatiche, le fragilità e le speranze. Ci siamo ritrovati a Convegno circa centocinquanta preti. Non molti, se si pensa agli oltre mille e trecento presbiteri operanti in Sardegna, comprendendo anche i religiosi impegnati nella pastorale. Certo, si sta vivendo una stagione piuttosto carica di impegni: l’avvio dell’anno pastorale, le celebrazioni giubilari, che vedono impegnati tanti preti. Ma certo è anche un segnale da tenere presente: deve essere rianimato il gusto del convenire, che dovrebbe essere il volto della Chiesa, e, ancora di più, dei preti. E poi la dimensione regionale della Chiesa in Sardegna, costituita da dieci chiese diocesane, ma pur sempre appartenenti ad una storia comune e a identità culturale e religiosa in cui tutti dovrebbero ritrovarsi. Si è celebrato sul finire del secolo scorso e all’inizio di questo il Concilio Plenario Sardo, che, così si pensava, doveva riattivare uno slancio missionario della Chiesa in Sardegna. Momento felice di prolungati incontri, riflessioni, studi, proposte e direttive. Una Chiesa sarda che ritrova se stessa, insomma. Ma, a dire il vero, non sembra avere lasciato profonda traccia nel vissuto delle nostre chiese. Questa la cornice in cui si è svolto il Convegno. Molto ricco nelle proposte dei tre relatori: mons. Gualtiero Sigismondi ha proposto una appassionata e profonda riflessione sulla vita interiore del presbitero, che è come l’architrave della porta, che ha come soglia la formazione al presbiterato nel tempo del seminario, gli stipiti costituiti dalla relazione con il Vescovo e con il presbiterio, la chiave che è la carità pastorale. Il relatore ha insistito sulla vita interiore del prete, come luogo in cui egli alimenta il suo ministero. Egli ha delineato la figura del presbitero, come “servo premuroso del popolo di Dio. I ministri ordinati, per quanto comporti la loro debolezza e lo consenta la loro fragilità, hanno la grazia di “stare davanti a Dio per servirlo”. Essi, oltre a “stare coram Deo”, hanno pure la responsabilità di servire umilmente e autorevolmente, il sacerdozio comune dei fedeli, coi quali formano l’unico popolo sacerdotale. Il servo premuroso sa “discutere con Dio”, per intercedere a favore del suo popolo, come Abramo e Mosè ed è capace di essere “guida sicura che non rimprovera e ammonisce per farsi seguire, ma che precede e affascina con la testimonianza del suo orante silenzio”. Il Vescovo di Foligno ha inoltre invitato alla pazienza nella speranza fiduciosa, evitando la pretesa di raccogliere con le proprie mani quello che si è piantato, tenendo conto del fatto che “uno semina e l’altro miete” ma è Dio che fa crescere. Ancora la vita interiore, la preghiera, il rapporto di intimità col Cristo è stato il filo conduttore della seconda relazione, tenuta da mons. Mauro Maria Morfino, presidente della Commissione Presbiterale Regionale.

Don Nico Massa

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