In paupertate, una lettera pastorale “rivoluzionaria” del 1949


Commemorando il centenario della nascita del grande vescovo di Ales, mons. Antonio Tedde (nella foto a Roma per l’Anno Santo 1950), è impossibile non ricordare la sua famosa Lettera pastorale “In paupertate” del 1949, un documento che rappresentava il culmine della spiritualità di quel presule, riassumendo l’anima e lo stile della sua azione pastorale. Arrivando ad Ales (1948), il vescovo Tedde, allora il più giovane monsignore d’Italia, era preceduto dalla sua fama di “padre dei poveri”. E i frutti buoni si videro subito: non si può immaginare un fronte dell’impegno pastorale della Chiesa che non l’abbia visto attivo, a spendersi e sacrificarsi oltre ogni dire. Creò le scuole superiori dove esistevano ancora le elementari, fondò un giornale diocesano “Nuovo Cammino”, spalleggiò con vigore e difese i diritti degli operai, dei minatori, edificò una rete incredibile di asili e orfanotrofi per i bambini e tante nuove chiese, rinnovò il settecentesco seminario diocesano di Villacidro, sensibilizzò i giovani rendendo attivissima l’Azione Cattolica: aveva un debole per i poveri, gli orfani e i bambini (singolare sintonia con papa Francesco). Con lui la nostra Marmilla divenne un laboratorio innovativo, un esemplare cantiere di vivacità sociale. Quando, nel 1949, pubblicò la sua Lettera pastorale, lasciò allibiti i media e gli ambienti ecclesiali d’Italia e di fuori per il suo radicale programma di povertà evangelica, nell’abolizione di ogni tariffa o retribuzione pecuniaria per i servizi della Chiesa, che dovevano brillare di povertà e semplicità. “Evangelizare pauperibus misit me” recitava il suo stemma vescovile. E davvero lui per primo dava l’esempio di una incredibile povertà. “Era arrivato ad Ales preceduto dalla fama di grande amico dei poveri. Era lui stesso povero, anzi poverissimo. L’ho annoverato tra i miei pazienti per circa vent’anni e l’ho sempre visto con le mutande rattoppate. Veniva sempre a piedi nel mio ambulatorio. I soldi che riusciva a racimolare dagli enti pubblici, dai fedeli o dalle donazioni li destinava interamente alla costruzione di orfanotrofi, di brefotrofi e di scuole, giacché allora lo Stato non provvedeva a nessuno di questi bisogni… Aveva uno spiccatissimo senso di giustizia sociale e di tolleranza che solo successivamente, come massone, io ho imparato ad applicare in tutte le mie azioni”. Parole del Gran Maestro della massoneria dottor Armando Corona, che all’epoca era il medico condotto di Ales. La sua povertà divenne proverbiale. “Perché viaggia sempre in terza classe nel treno?”, gli chiesero. E lui: “Perché non c’è la quarta”. Un giorno ci incontrammo per le vie di Ales. Parlammo assieme e infine mi disse: “Vieni che pranziamo assieme… poi a casa tua mangi di nuovo”. In effetti, sia lui che io mangiammo una pagnottina con un pezzo di formaggio e un pugnetto di verdura cotta, serviti dalla sua mamma, l’indimenticabile signora Marietta. Povero com’era, pure poté creare opere mirabili (anche con l’aiuto del suo amico e padrino di battesimo Antonio Segni, in seguito presidente del Consiglio e poi della Repubblica), povero al punto da dover essere egli stesso aiutato dalla gente, come fu per il suo santo predecessore mons. Giuseppe Maria Pilo (1761-1786). Con decreto del presidente della Repubblica Einaudi, monsignor Tedde ricevette il 2 giugno 1954 la medaglia d’oro per meriti civili dal Ministero della Pubblica Istruzione. Suscitò certo diversi contrasti e opposizioni, anche giustificati, ma la sua opera resta gigantesca e profetica, ancora tutta da indagare e far conoscere. Il “vescovo rosso”, come qualcuno lo chiamava (come “papa rosso” è chiamato papa Francesco, altra singolare coincidenza) morì in povertà il 5 agosto 1982. Una luminosa testimonianza di vita e di azione apostolica, che precedette profeticamente di quasi settant’anni l’azione pastorale di papa Francesco. Vitale Scanu

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